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Balsorano - la storia

Due sono le perle che contraddistinguono Balsorano dagli altri paesi della Valle Roveto, della Marsica e della limitrofa Ciociaria: il rinomato Santuario di S. Angelo ed il famoso castello medioevale.
Ma le peculiarità di questa ridente cittadina sono anche la felice posizione geografica, l'aria balsamica, il verde delle montagne e dei prati, la temperatura mite e l'azzurro cupo del cielo.
Balsorano Centro è posto ad un'altitudine di 337 s.l.m. in zona pianeggiante, tra due catene montuose, fitte di vegetazioni arboree di alto fusto ed il suo territorio varia dai circa 300 metri s.l.m. del fondo valle fino ai 2.014 metri di monte Cornacchia; sia questa montagna e sia le altre di minore altitudine, aventi tutte le caratteristiche di particolare interesse escursionistico e paesaggistico, possono essere raggiunte attraverso i tratturi percorsi, in tempi remoti, dai greggi.
L'antico borgo, dominato dalla mole imponente del castello medioevale, pur se in buona parte, abbandonato a seguito del disastroso terremoto del 13 gennaio 1915, rimane il luogo più suggestivo della Valle Roveto Il territorio di Balsorano è attraversato dalle acque del verde Liri. Le origini di questo paese sono legate alle vicissitudini del vetusto maniero e la cui prima storia è avvolta da leggende macabre e tenebrose.
Il castello, così come si ammira oggi, fu eretto, sulle fondamenta di altra vecchia e diruta struttura, da Antonio Piccolomini, nipote di papa Pio II e genero di Ferrante Secondo, intorno al 1460, ma già nel 1173 Balsorano era feudo di Ruggero d'Albe ed i suoi abitanti erano circa 500.
Il santuario di Sant'Angelo, anticamente chiamato Monasterium in Cripta, posto come nido d'aquila alla cima di un orrido vallone, è situato ad un altitudine di 970 s.l.m..
Vi si accede, per oltre metà tragitto, mediante una strada rotabile e l'ultimo tratto a piedi e ciò per dar modo al visitatore di godere nei minimi particolari lo stupendo paesaggio che lo circonda.
All'interno di questa " cattedrale " creata dalla natura, sovrastata da uno strapiombo di roccia a picco alto circa 80 metri, di dimensioni notevoli, innumerevoli volte profanata da barbari ed invasori e sempre riconsacrata al culto della fede, si possono osservare, seppure con i mutamenti avvenuti nel decorso del tempo, due altari le cui origini certamente risalgono agli inizi del cristianesimo.
Appena dopo il mille il territorio di Vallis Soranae, e cioè di Balsorano, diventa meta preferita dei monaci per la divulgazione e l'affermazione della fede cristiana. In un registro vaticano del 1308 si dice che già in quell'anno esistevano le chiese di S. Giorgio, di S. Andrea, del Santo Padre, di S. Pietro, di S. Giovanni, di Santa Maria dei Sassi in Ridotti, di S. Benedetto a Pescasino (Pischiatino) e di S. Nicola, oltre, naturalmente il Santuario di S. Angelo abbondantemente citato in molti antichi documenti.
Altro luogo di interesse storico-turistico è rappresentato dalla zona della Madonna delle Grazie o dell'Osterie. Si racconta che nell'anno 1650 questa località aveva grande importanza perché attraversata dall'unica strada che collegava la Ciociaria con la Marsica.
Lambita dalle acque del fiume Liri vi era un'osteria molto frequentata dai numerosi viandanti che si spostavano dalle terre marse verso il napoletano e viceversa.
A quel tempo governava la baronia di Balsorano Ferdinando Piccolomini - molto legato al Re di Napoli - il quale per essere assai devoto, volle far erigere una chiesa, a lato dell'osteria, dedicata alla Madonna delle Grazie, come a protezione dalle impetuose piene del fiume, assai ricorrenti.
A qualche decina di metri più a nord esisteva ed esiste ancora una torre quadrata, dalle mura possenti, senza evidenti aperture, che alcuni studiosi fanno risalire all'epoca romana.
Oggi, sia della chiesa e sia della torre rimangono in piedi le mura perimetrali ma la devozione dei cittadini di Balsorano non impedisce che il 2 luglio di ogni anno laggiù vengano celebrate delle messe, officiate nell'altare rimasto quasi intatto.
A Balsorano è d'obbligo visitare anche la chiesa del convento di S. Francesco, sita nel viale omonimo, dove è possibile vedere, tra l'altro, un altare di marmo pregiato, cesellato ed incastonato, disseppellito dalle macerie del vecchio tempio distrutto dal terremoto, risalente al 1600 e dono della famiglia Piccolomini.
Per gli amanti delle escursioni difficili e che presentano anche qualche rischio non possiamo non segnalare l'ampia zona delle " Riconche " del complesso montuoso di San Bucito.Vi si accede da Case Alfonsi e dopo aver attraversato un ampio querceto inizia l'ascesa della montagna tra ardite rocce, strapiombi e pietraie.
Sulla sommità di uno sperone si notano i resti - in buono stato della chiesa di " Sandiànne " (San Giovanni), citata, come già detto, in un registro vaticano del 1308 e di altre testimonianze di vita intensa come un raccoglitore di acqua scolpito e ricavato da un enorme masso. Proseguendo ci si trova di fronte alla maestosa parete rocciosa delle Riconche che si erge come un anfiteatro invalicabile, forte degli oltre 200 metri di altezza. Nel ripiano soprastante, punto di incontro di diversi tratturi, è possibile ammirare la grotta dei danesi così chiamata, pare. Perché frequentata, oltre centoenni fa, dagli allievi del pittore danese Zartmann.
Percorrendo la statale 82, provenienti dal frusinate, ad un chilometro esatto dall'ingresso nella cittadina si presenta alla vista del viaggiatore un'altura dominata da un muraglione imponente e rotondeggiante; al di sopra di esso vi è la località La Costa.
Posta al centro della valle ed a poche centinaia di metri dal castello medioevale e dalla torre romana, in posizione elevata e strategica sorge come una vedetta per il controllo dei movimenti che un tempo avvenivano lungo la Valle Roveto.
E la conferma di quanto asserito è data dalla presenza di feritoie naturali poste nella grotta soprastante.
La caverna, con apertura a sud, ben illuminata naturalmente, ha una superficie di 140 metri quadrati ed è alta dai quattro ai cinque metri. In essa sono ancora visibili delle stalattiti e stalagmiti, che, certamente nei tempi remoti, dovevano essere ricongiunte e, scolpiti sulla roccia, si notano segni evidenti di vita vissuta in epoca lontana. Attualmente il podere appartiene alla famiglia Martona, acquistato circa trent'anni fa dai possidenti Colucci, ma certamente, andando molto indietro negli anni, sarà stato, a come si dice, appannaggio dei Piccolomini e ciò lo fa supporre anche il fatto che sicuramente la felice posizione strategica costituiva un avamposto difensivo e di avvistamento a servizio dell'antico maniero.

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